Ci sono viaggi che intraprendi senza pensare troppo se sia giusto o meno farli. Prendi sacco a pelo, zaino, scarpe comode e vai. Nel profondo sai che è il viaggio necessario nella tua lunga estate.
C’è un amico che vuoi rivedere, un silenzio da ascoltare, un anno da rileggere con uno sguardo nuovo. E così ti ritrovi davanti all’acqua di cascate che irrompono potenti, tra la frescura verdeggiante di alberi secolari, in mezzo a campi di fieno dorati e di fronte al fascino eterno di chiese millenarie. Sei partito per un campo e per qualche giorno non hai pensato a tutto ciò che hai lasciato a casa, lo sguardo fisso solo sulle tappe del cammino che si rivela passo dopo passo e sull’orizzonte davanti a te.

In Molise qualcosa mi ha chiesto di rallentare.
Partita con un desiderio: rileggere l’anno alla luce del Vangelo. Fermarmi. Guardare indietro. Provare ad aggiustare un po’ la rotta.
Sapevo di non essere da sola, ma di avere accanto compagni di viaggio eccezionali e tre guide straordinarie: Filippo Carlomagno SJ, Nicola Uva SJ e Alessandro Cocozza SJ.
Anche per loro questa è stata un’esperienza completamente nuova; con pazienza, cura e attenzione sono stati compagni di strada attenti, sempre disponibili all’ascolto e pronti a generare sorrisi. Hanno saputo aprire spazi di gioia, leggerezza e risate condivise e farci provare quella felicità che nasce quando senti di essere nel posto giusto.
Il cammino è iniziato dalla natura e si è dipanato lungo il filo rosso del Principio e fondamento di Sant’Ignazio.
A Carpinone ci siamo riconnessi al creato, alla bellezza della natura che non ha bisogno di essere spiegata. Proprio qui abbiamo sostato sulle prime parole del Principio e Fondamento per ricordarci di essere creature, dentro una realtà che ci è stata donata e che possiamo imparare a contemplare.



La visita alla fonderia Marinelli di Agnone ci ha riportati dentro una storia fatta di mani, lavoro e tradizione custodita di generazione in generazione. A pensarci bene anche la fede è così, non arriva dal nulla, qualcuno ce l’ha consegnata.
Osservare, scoprire il processo di costruzione della campana, ascoltarne il rintocco ha aperto uno spazio di conoscenza nuovo. La catechesi di Filippo Carlomagno SJ su questo simbolo di lode ha generato un tempo di riflessione profonda. Ognuno ha sentito la nota della propria campana dentro di sé.
Come la campana anche noi abbiamo il nostro vuoto, a volte fa paura ma è indispensabile per far risuonare la parola di Dio e farci toccare da essa.
Accompagnati dalle parole di San Giovanni Paolo II abbiamo scoperto che “Tutti abbiamo una campana interiore che è il nostro cuore”.
I giorni sono proseguiti tra borghi di montagna, sentieri, passeggiate e chiese romaniche. Camminare insieme è sempre la scelta migliore per conoscersi e conoscere gli altri. Si ride, si aspetta l’altro, si fanno soste e deviazioni e si parla tanto di sogni, di desideri, di speranze. Questo procedere insieme ci ha permesso di sostare su un’altra tappa fondamentale: “renderci indifferenti” come ci ricorda Sant’Ignazio.
Ma cos’è questa indifferenza? Saper riconoscere nella nostra vita ciò che fa la differenza e imparare a vivere con una profonda libertà del cuore, per non aggrapparci ai nostri desideri personali, alle nostre paure, ai nostri disordini interiori. Semplicemente viaggiare con un bagaglio leggero, mettere ordine, essere presenti, trovare la misura in un mondo ricco di cose buone e belle create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. [EESS].



E in giorni così densi di meditazione, preghiera e condivisione non poteva mancare la contemplazione di un cielo stellato nello splendido scenario della Chiesa di Santa Maria della strada a Matrice. Avvolti dalla pace del luogo, con lo sguardo rivolto al cielo, cullati dal canto delle cicale abbiamo ascoltato la storia di un’esistenza quella di Ignazio di Loyola: il pellegrino. Un uomo così lontano nel tempo ma così vicino a noi, con gli stessi dubbi, le stesse domande, le stesse crisi da attraversare. Un uomo dalle grandi passioni, dai desideri ardenti che ha trasformato la sua vita e ha cambiato quella di molti.
Così tra pietre e stelle ci siamo resi conto che la fede è qualcosa da attraversare. Come le pietre ha bisogno di fondamenta, come le stelle ha bisogno di uno sguardo rivolto verso l’alto.
Le ultime tappe del cammino ci hanno portato dentro una storia di fede antica, quella dell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno e per finire a Petrella Tifernina dove ha avuto luogo un incontro sul dialogo interreligioso.
La ricchezza che questa esperienza ci ha lasciato è la certezza di aver ricevuto in dono un grande tesoro; un ricordo a cui ritornare quando le giornate piene, gli impegni, lo studio, il lavoro prenderanno il sopravvento.
Quando la quotidianità sarà rumorosa, potremo tornare a quel silenzio.
Quando ci sentiremo stanchi, ricordarci che nel viaggio non si è mai soli.
Quando perderemo la rotta, ricordarci qual è il fine.
Lina Verrillo


