“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”
Quando ho deciso di partire per Nairobi, immaginavo che avrei vissuto un’esperienza intensa; ma nulla avrebbe potuto prepararmi a quello che ho effettivamente incontrato sul campo. All’inizio ero spinto dal desiderio di rendermi utile e di capire meglio le enormi differenze sociali che separano il mio mondo da quello di chi vive in situazioni di estrema povertà. Una volta arrivato, ho compreso che quel desiderio era solo la scintilla iniziale: il viaggio mi ha regalato emozioni, consapevolezze e legami che vanno ben oltre qualsiasi aspettativa.
Durante il primo giorno a Nairobi, la mia mente era inondata di curiosità: scoprire il compound delle suore che ci ospitavano, distribuire il materiale che avevamo portato dall’Italia, ascoltare le storie di chi da anni l avora per migliorare la vita di donne e bambini in difficoltà. Ho capito subito che ogni piccolo oggetto è gesto poteva diventare un prezioso strumento per strappare un sorriso o avviare un percorso di cambiamento.

Nei giorni successivi, ho vissuto momenti che hanno messo alla prova le mie emozioni più profonde. Visitare la discarica a cielo aperto di Dandora – la più grande dell’Africa subsahariana – è stato come ricevere uno schiaffo in pieno viso. L’odore acre, la distesa infinita di immondizia, i bambini che cercano qualcosa di prezioso tra i rifiuti: tutto mi parlava di una realtà che non avrei mai immaginato potesse esistere. Eppure, in mezzo a quello scenario infernale, c’erano persone che ci accoglievano con un sorriso e la voglia di raccontarci la loro storia. Il pensiero che qualcuno arrivi addirittura a pagare per entrare in discarica, pur di raccogliere materiale riciclabile e guadagnare qualche scellino, mi ha fatto sentire impotente. Ma ho anche compreso quanto il mio essere lì fosse importante: non tanto per risolvere la povertà, ma per testimoniare, condividere e – almeno in parte – sostenere.



Una delle esperienze più emozionanti è stata l’organizzazione dei giochi con i bambini provenienti dalle baraccopoli vicine. Li abbiamo divisi in squadre e li abbiamo fatti gareggiare in piccole sfide di corsa, salti, equilibri improvvisati. Ancora ricordo l’energia travolgente con cui quei bimbi si lanciavano a perdifiato, decisi a vincere, a ridere, a incoraggiarsi. Per noi, può sembrare una semplice mattinata di giochi; per loro, invece, era un’occasione unica di spensieratezza e di condivisione. Preparare il pranzo e vedere che nemmeno un chicco di riso rimaneva nel piatto mi ha fatto toccare con mano cosa significa davvero apprezzare ogni cosa.



Ho anche avuto la fortuna di trascorrere una giornata in un villaggio Masai, dove la “miseria” assume un volto diverso rispetto alle baraccopoli urbane. Lì, pur tra capanne di paglia, poca acqua e un ambiente arido, ho percepito una forma di dignità e un senso di comunità molto profondi. Le donne ci hanno accolto con canti colorati, mostrandoci i loro gioielli e i manufatti artigianali, e ho sentito palpabile l’orgoglio di una cultura antica che porta avanti tradizioni millenarie, restando fuori – nel bene e nel male – dall’irrefrenabile globalizzazione. La povertà, in quel contesto, sembrava avere meno scarto, meno plastica, meno margine di disumanizzazione. Eppure, restava un divario enorme tra la loro quotidianità e tutto ciò che io, da occidentale, do per scontato ogni giorno.
Porto con me soprattutto i legami che ho creato: con chi si dedica ogni giorno ai progetti di educazione, con le suore che si alzano all’alba per cucinare per centinaia di bambini, con i volontari che da anni spendono le proprie energie in attività di empowerment femminile, con i ragazzi delle scuole che sognano di diventare medici, insegnanti, contabili o artisti, con i compagni di viaggio con cui sono partito e che oggi, dopo appena 10 giorni di viaggio, posso chiamare amici. In tutti ho visto la forza silenziosa di chi affronta grandi difficoltà senza perdere la speranza.



Rientrato a casa, spesso mi domando come conservare vivo questo bagaglio di emozioni e di riflessioni. Mi sono reso conto che la vera sfida inizia adesso: non banalizzare questa esperienza, non archiviarla come un semplice ricordo, ma lasciarmi trasformare da ciò che ho vissuto. Sentire la responsabilità di essere testimone e di restituire, con le mie parole e i miei gesti quotidiani, almeno un frammento di quella ricchezza umana che ho incontrato.
Credo che il senso più profondo di questo viaggio risieda proprio nell’impegno di portare avanti, anche solo come “granello di sabbia”, i valori di solidarietà, rispetto e condivisione. Forse non cambierò il mondo con questa singola esperienza, ma so che il mondo ha già cambiato me. E di questo sarò per sempre grato.


