"Non sono certa di aver cominciato gli EVO di settembre scorso con una domanda precisa.Avevo solo molto desiderio di ritrovare un ritmo nella preghiera, domare alcuni pensieri intrisi di tristezza […]"

Camminare per ritrovarsi

Non sono certa di aver cominciato gli EVO di settembre scorso con una domanda precisa.
Avevo solo molto desiderio di ritrovare un ritmo nella preghiera, domare alcuni pensieri intrisi di tristezza e paura e, se poi avessi anche trovato dei fratelli e delle sorelle con cui pregare, sarebbe stata una grazia insperata.
Alla fine quest’anno di EVO mi ha donato questo e molto di più.
Un anno che in realtà per me finisce oggi, 31 agosto, su un volo di ritorno da Barcellona, ultima tappa del cammino di Sant’Ignazio.
Partita circa dieci giorni fa con uno zaino essenziale (più o meno!) ma pieno di voglia di ringraziare per l’esperienza degli esercizi di vita ordinaria, per l’appunto gli EVO, mi sono ritrovata a fidarmi di persone che non conoscevo, di un programma non pensato da me, con qualche scomodità forzata, ma molta meraviglia nel cuore.
Come si dice? La strada si apre camminando?
È stato davvero così: una alla volta le città e i luoghi mi hanno accolta con albe e tramonti, piccoli paesini silenziosi e discreti hanno lasciato il passo a città più vivaci e caotiche per poi ritrovare il silenzio delle montagne.
E così, in un avvicendarsi di frastuono e quiete, anche il cuore riprendeva coscienza di tutte le tappe vissute con gli EVO, di tutti i frutti e le conquiste di questo anno appena trascorso.
In questo camminare riscoprivo le scelte coraggiose prese alla luce della preghiera quotidiana e i momenti di deserto e le crisi che non sono mancati; come sui migliori ottovolanti, anche la mia vita di fede è un alternarsi di gioie e fatiche alla scoperta delle mie ferite guardate con gli occhi di Dio.
Alla fine nel cammino ignaziano ho ritrovato il mio anno: la storia di Ignazio, i luoghi in cui è stato mi hanno aiutato a rileggermi ancora una volta e, tappa dopo tappa, come un grande puzzle i vari pezzi si sono assemblati tra loro.
Mi sono ritrovata a guardarmi con stupore e dolcezza, a benedire anche le ferite perché, se accolte con la Grazia di Dio, possono diventare frutti per me e per gli altri. Mi sono stupita della forza e del coraggio di alcune scelte prese e, guardandole con occhi nuovi, ho scoperto che era tutto tenuto insieme dalle mani sapienti di Dio, al quale ho scelto di affidarmi come non succedeva da tempo.

Mi sono sentita Amata, grata della mia storia. Durante il cammino era un continuo ripresentarsi delle fatiche e delle Grazie vissute: e così, un po’ per volta, i passaggi chiave di questo anno si sono impressi nella mia mente e nel mio cuore, passo dopo passo, luogo dopo luogo.
Certo il ritmo del cammino non è semplice: sveglia, colazione, zaino, scarpe, cammina cammina cammina, pranza e poi cammina ancora e poi doccia e cena e nanna; forse sembra di non aver tempo per sostare e lasciare spazio al silenzio, ma alla fine tutto sta pregando in te.
Pregano gli occhi che scrutano tutto e tutti, pregano i piedi che macinano chilometri, prega la bocca che racconta di sé al compagno di viaggio, pregano le orecchie che raccolgono le storie altrui.
Poi, ripensandoci, non è forse lo stesso ritmo serrato con cui vivo le mie giornate?
E allora anche nelle mie giornate posso trovare il tempo per stare con Cristo, così come era ritagliato tra un momento e l’altro durante il nostro andare.
E poi gli amici.
Sconosciuti con cui camminavo che piano piano si sono lasciati scoprire.
Ognuno con la propria storia, la propria Grazia ricevuta, le proprie ferite. Veramente un coro di voci all’unisono. Le risate grasse nei momenti lieti, gioia mista a stanchezza all’arrivo, i pianti silenziosi durante le condivisioni o il silenzio. La cura dei dettagli delle guide nei nostri confronti. La possibilità di un confronto accogliente.
Prima di partire ho vissuto un po’ di sterilità nella preghiera durante le settimane estive; questo pezzo di strada da Loyola a Barcellona mi ha rimesso in gioco e ha riconfermato tutte le intuizioni avute durante l’anno.
È stato un po’ come quando vai in bici: puoi non usarla per mesi o anni, ma non puoi dimenticare come si fa. Serve solo un po’ di pratica.
E allora questo viaggio è stato il mio ritrovare la bicicletta e pedalare con gioia incontro a Dio, con la compagnia buona di amici che come me vogliono Amare ed essere Amati.
Se vuoi un’occasione per stare intimamente con Dio e scoprirti un po’ di più, e perché no per metterti alla prova, gli EVO fanno per te.
Non serve avere una domanda precisa, anzi saranno le domande a trovare te. E se invece dovessi averla, stai pur certo che, risolta quella, se ne spalancheranno delle altre.
Ma d’altronde è il cuore dell’uomo: ha dentro una sete di infinito che solo un Amore Eterno può colmare.

Anna – Milano

Qualsiasi parola sarebbe vacua, qualsiasi termine sarebbe insignificante davanti all’esperienza appena vissuta.
Tenterò in questa breve testimonianza di esprimere quelle che sono state le emozioni vissute nei lunghi 11 giorni di cammino.
Torno a casa abbastanza provato fisicamente, mentalmente e spiritualmente; ricomporre insieme i pezzi in questo momento mi sembra non solo un’impresa ardua, ma anche necessaria per me e di possibile aiuto per voi che state leggendo.
Sono partito senza alcuna aspettativa, solo con la voglia e il desiderio di farmi guidare. E come sempre il Signore è stato puntuale e preciso come un orologio svizzero.
Vivere quanto vissuto da Ignazio, passando per i luoghi in cui lui stesso ha camminato, mi ha permesso di rivedere tutta la mia storia e questo anno appena trascorso. Entrare nella sua vita mi ha aiutato a fare chiarezza sulla mia.
All’inizio di quest’anno il Signore ha attirato la mia attenzione un po’ come ha fatto con Mosè con il roveto ardente: ho iniziato gli EVO senza chiedermi dove stessi andando. Oggi invece riconosco il fil rouge di tutto questo tempo: i fratelli e le sorelle che lui mi ha messo accanto, a partire dal gruppo degli EVO di Roma, che sono stati e sono una tappa importante della mia vita, fino ad arrivare ai gruppi di Milano, Torino e Catania che il Signore mi ha messo accanto durante questo pellegrinaggio. Attraverso di loro il Signore mi ha parlato e aiutato a fare discernimento su quella che è e sarà la mia vita. Dio ha lavorato in me in maniera singolare. Ho compreso quale sia la gioia vera, quale sia quella casa sulla roccia nella quale il Signore vuole che io abiti: voglio fare del mio meglio per il Suo regno, aiutare altre persone a trovare Dio lungo la strada.

Ogni passo del pellegrinaggio è stata una pietra in più messa sotto questa casa. Ogni parola, ogni evento, ogni luogo visitato, ogni preghiera fatta, ogni persona incontrata lungo il cammino è stata presenza viva di Dio e della Sua voce.
Sentire oggi questo amore disarmato e disarmante è fonte di commozione per me, e tornare da questo cammino così pieno di gioia e amore è qualcosa di indescrivibile a parole. Questo amore va solamente vissuto e attraversato, perché se ne possano trarre poi tutti i buoni frutti per poterlo donare ad altri e per viverlo in pienezza.
Come ho detto, faccio fatica a esprimere a parole quanto appena successo. Mi piacerebbe però terminare questa testimonianza con delle parole prese dal libro di Jean-Paul Hernández “Il pellegrinaggio – la più antica preghiera del corpo” che per me racchiudono in maniera esemplare ciò che ha significato questo cammino:
“Il pellegrino è colui che attraversa i campi degli altri come tappe della propria vita.
Egli è dunque sempre straniero, vulnerabile, consegnato all’accoglienza altrui. Il pellegrinaggio è la radicalizzazione della profonda estraneità che ogni essere umano vive su questa terra. Ed è anche la messa in evidenza della sua precarietà. Pellegrinare è, in realtà, mettere alla prova gli altri nella loro capacità di “lasciarci passare”, di darci da mangiare, di darci la vita. Perciò pellegrinare significa accettare fino in fondo, anzi celebrare, che siamo costitutivamente dipendenti dagli altri”.

Emanuele – Roma

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